
La sugar tax in Italia: cosa rischiano i produttori?
La sugar tax, la tassa sulle bevande zuccherate, doveva entrare in vigore in Italia il 1° luglio 2025, ma il governo ha deciso di rinviarla al 1° gennaio 2026. L’obiettivo è duplice: ridurre il consumo di zuccheri e finanziare iniziative di prevenzione sanitaria. In pratica, più zucchero contiene una bibita, maggiore sarà il suo costo.
Il piano italiano prevede un’imposta di 10 centesimi al litro per le bevande pronte da bere e 25 centesimi per i concentrati da diluire. La tassa si applicherà anche a bibite “light” o “senza zucchero” che contengono dolcificanti artificiali.
Ma il dibattito è acceso. Assobibe, l’associazione che rappresenta i produttori italiani di bevande, è tra i principali oppositori. Secondo loro, la tassa non avrebbe reali benefici sulla salute pubblica, mentre rischierebbe di colpire duramente l’industria, già sotto pressione. Le stime parlano di oltre 5.000 posti di lavoro a rischio, un calo del 10% del fatturato e una riduzione degli investimenti nel Paese. Inoltre, Assobibe fa notare che i consumi di bevande zuccherate in Italia sono già molto bassi rispetto al resto d’Europa, e che negli ultimi dieci anni si è registrato un calo del 27%.
Dalla parte opposta, l’Istituto Mario Negri e l’Istituto Superiore di Sanità ritengono la sugar tax necessaria per contrastare i danni alla salute legati all’eccesso di zuccheri. Tuttavia, ne sottolineano l’attuale debolezza: per essere efficace, secondo loro, dovrebbe essere più alta e legata al contenuto di zucchero.
Le aziende del settore stanno già investendo in prodotti con meno zuccheri e alternative più salutari, dimostrando attenzione verso l’evoluzione dei consumi e delle abitudini alimentari.
Il rinvio della sugar tax offre così l’occasione per costruire una strategia condivisa, che bilanci la promozione della salute pubblica con la tutela di un comparto produttivo centrale per l’economia italiana.
Photo credit: towfiqu barbhuiya via Canva
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